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Discussioni che ho iniziato io

  1. Comunicazione di servizio - Importante!

    07 October 2021 - 13:28 PM

    Con questo preciso post, in questo preciso topic, in questo preciso momento, SUPERO TS (buuuuuuu) nella classifica generale del postcount, posizionandomi all’OTTAVO posto nell’Olimpo di NDZ.

    Immagine inserita


    Accetto questo prestigioso privilegio con tutto il corpo e tutto lo spirito, e mi assicurerò che la tanto agognata ottava posizione non venga più INFANGATA da battute atroci, fallimento moderazionale e normietudine generale, aspetti ormai inscindibili dalla figura di TiEsse, e di cui -sono certo- trarremo tutti quanti giovamento lasciandoli marcire in nona posizione.

    Ma non sono qui soltanto per insozzare la dignità per mio stimatissimo collega, o almeno, non solo per quello.
    Vi assicuro d’ora in avanti un’ottava posizione SPLENDENTE, luccicante d’oro, caratterizzata da giovanile linfa vitale data da costosissime creme per il corpo e dispendiosi trapianti di bulbi piliferi. Non più vecchiume, non più famiglia, ma un patinatissimo rigurgito di bellezza ed edonismo.
    Numerose buste sono già in partenza verso i domicili di tutti coloro che mi hanno appoggiato in questa grande impresa, e che non mi vergogno a chiamare miei amici più cari.

    Grazie a tutti voi,
    grazie NDZ.


    Immagine inserita
  2. NDZ goes live! Rael’s Twitch Talk

    31 May 2021 - 00:46 AM

    Martedì 25 Maggio, ore 21:42
    Ex-Redazione della Rubrica Interessante
    NDZ Avenue


    Notte.

    “Ritorno sempre qui”, riflettevo sovrappensiero, mentre scendevo l’ultima buia rampa di scale dell’edificio. Quello che un tempo era il mio quartier generale, il mio regno, adesso era la decadente dimora di topi, ragnatele, e oscurità.
    Quel pomeriggio, ero ritornato nel mio vecchio ufficio con una scusa qualsiasi, come accadeva spesso negli ultimi tempi: avevo sicuramente una copia di quei documenti in qualche archivio nello studio della mia villa, ma mi ero convinto mi servissero gli originali conservati in redazione. Avevo sbuffato al pensiero di accollarmi un viaggio così lungo soltanto per prelevare un fascio di fogli, ma dentro di me non vedevo l’ora di partire.
    La ricerca era durata una decina di minuti circa, al massimo un quarto d’ora; il mio sguardo si era poi posato come ogni volta sulla catasta di quotidiani che raccoglieva i numeri della Rubrica Interessante, mio antico magnus opus che teneva aggiornata tutta la città sugli accadimenti che si susseguivano nell’NDZ. Come già successo altre volte, persi la cognizione del tempo rivangando tutti quegli eventi, e quando la mia vecchia lampada da tavolo emise un ultimo sibilo meccanico, spegnendosi, mi ritrovai quasi completamente al buio. Inutile provare ad accendere la luce dell’ufficio: l’interruttore generale era stato staccato ormai quasi 10 anni fa; illuminato soltanto da fiochi bagliori di qualche distante insegna al neon della città, presi la porta e inforcai le scale.
    Uscii all’aria aperta. Nonostante fosse una sera di fine maggio, la brezza era poco più che fresca, tanto da costringermi a chiudermi nell’impermeabile. Mi incamminai solitario in un’uggiosa notte nella zona della città che ormai poteva essere definita fantasma. Feci per accendermi una sigaretta, quando alcune timide gocce di pioggia spegnendo il fuoco mi annunciarono che stava per scatenarsi un acquazzone.

    “Ma VAFFANCULO” urlai alle ombre.
    Ero moderatamente contrariato.
    Fu in quel momento che un paio di fanali, fendendo le sempre più persistenti gocce d’acqua, apparirono alle mie spalle, avvicinandosi ad estrema velocità. Pensai di essere spacciato, quando l’autoveicolo si arrestò al mio fianco: era un taxi, sgangherato e scolorito. Saltai dentro, sedile posteriore lato passeggero: non era quello il momento di essere schizzinosi.
    Comunicai distrattamente la mia meta al tassista, immerso nei miei pensieri.

    “Non si preoccupi mister, vedrà che la porterò a destinazione in un TEMP...o da record!”
    Trasalii.
    Cosa stava per dire davvero quel cencioso tassinaro? Poteva essere... Eppure non sembrava lui. Cercai di vederlo meglio in viso, ma al buio e dalla mia posizione sembrava che indossasse... una maschera?
    Poteva essere stata quella la sua fine dopo la sua misteriosa sparizione? Nessuno di noi se la passava benissimo dopotutto: Wariuzzo con le sue truffe agli italiamericani, Ness che dava da mangiare ai cavalli, e avevo sentito che The Simo si era sposato.
    Scossi la testa, allontanando gli spettri del passato.
    Le ruote filavano sull’asfalto bagnato, il vento ululava, e i tergicristalli stridevano sul vetro dell’abitacolo. Fu forse per attutire questi suoni che il conducente accese la radio.


    Immagine inserita


    “Enne... Di... Zeta (zeta)...”
    Ascoltando quella sigla dai gracchianti altoparlanti, non credevo alle mie orecchie. Quella pazza ci era riuscita davvero.
    Il tassista fece per cambiare stazione.

    “No” fui fermo “voglio ascoltare”.
    E così passai il viaggio di ritorno ascoltando il mio vecchio amico Nicola parlare della sua musica preferita, di tornei vinti, e di noiosità assurde sul reddito.

    Mercoledì 26 Maggio, ore 00:17
    Villa Interessante, esterno
    Kartia del Sud


    La perturbazione si stava facendo più mite, mentre la radio trasmetteva l’ultimo pezzo di David Bowie. Era stata una sorpresa inaspettata che aveva ridonato vitalità a una giornata mediocre, ed ero trepidante nell’attesa delle prossime trasmissioni.
    Allungai una banconota al tassista, il totale della tratta più una cospicua mancia: nel caso fosse stato davvero lui, ne avrebbe avuto bisogno. Prima che potessi accertarmi della sua identità però, ripartì velocissimo sfrecciando nell’oscurità, il motore che sembrava emettere uno strano suono.

    Rrrrrrooooooooooo...

    Entrai in casa. Nei giorni successivi avrei rimesso in funzione la vecchia radio dello studio, deciso a non perdermi l’ennesimo show che la dolce Raela aveva imbastito per quella che sarebbe stata a vita la sua community.
    Sempre che non mi fossi addormentato prima.


    Usate pure questo topic per commentare i podcast di Rael e i gusti musicali pessimi degli altri utenti :rimescola:
    +1
  3. NDZ goes live! Rael’s Twitch Talk

    14 April 2021 - 23:03 PM

    NDZ ~ La Rubrica Interessante
    meets
    Rael’s Twitch Talk!
    Limited Edition


    • Editoriale


    Questa che avete tra le mani è un’edizione molto speciale della Rubrica, un numero da collezione consegnato a mano dal caporedattore -che sarei io- ai più fedeli e stretti collaboratori con cui abbia mai avuto il piacere di lavorare: voi NDZiani!
    Quando mi è stato chiesto di stilare una Top 10 dei miei videogiochi preferiti di sempre, non lo nego, ho perduto il mio proverbiale aplomb e, come colpito da un triplo rosso, sono andato nel pallone: strano a dirsi, ma in tanti anni di servizio non mi sono mai posto tale quesito, preferendo concentrarmi sulle saghe in generale. Ho passato molte notti insonni bevendo caffè e fissando l’orizzonte dalla finestra della sede ormai vuota della Rubrica, pensando al modo giusto per affrontare la prova che la luminosa Raela, starlet di NDZ, ci aveva così energicamente proposto.
    Non vedo l’ora di leggere le vostre top!” aveva detto “E mi raccomando: seguite il vostro cuore!
    Le parole di Rael riecheggiavano nel mio testone cervellotico.
    E così capii: la mia top 10 non sarebbe stata la classica, fredda, passerella di titoloni blasonati, nominati e rinominati, forse non sarebbe stata nemmeno una top 10, ma una cosa non le sarebbe mancata: il cuore.
    Nelle prossime pagine troverete una mia personale classifica con giochi forse imperfetti, ma che hanno significato molto per me e mi hanno reso la persona che sono adesso, il caporedattore che voi tanto amate. Essendo eternamente indeciso anche sulla loro collocazione definitiva, troverete alcune posizioni un po’ fluide, ma mi premunirò in modo che vi appaia lampante come un fulmine quello che intendo veramente.
    A voi, atleti di NDZ, lascio questo numero in edizione limitata della Rubrica, dai toni più intimistici e personali, sperando che vi divertiate a leggerla come io mi sono divertito a scriverla.
    ~Nonno

    Nonno’s Top 10 7: Down Memory Lane


    • Ultima Posizione abbastanza certa

    Un miniturbo lungo 20 anni ~ Crash Team Racing (+Nitro Fueled)


    Immagine inserita
    La sentite la musica?


    L’anno è il 2000 (o il 2001, chi se lo ricorda): dopo che il temuto Millennium Bug si risolveva in una bolla di sapone, il mondo si affacciava al nuovo millennio trepidante e speranzoso. Se Bettino Craxi moriva latitante in Tunisia, a Washington si assisteva alla vittoria di George Bush Jr. contro Al Gore. I Linkin Park si affermavano sul piano musicale mondiale, mentre nei cinema faceva capolino il primo film della saga di Harry Potter; nel frattempo, sul piccolo schermo trionfavano I Soprano e Sex & the City, e per le strade impazzava la moda dei pantaloni a vita bassa e delle cinture con la fibbiona D&G.
    Il breve flirt con il N64 per me si era precocemente concluso per due insormontabili motivi: un pad tricornuto troppo scomodo per un piccolo bamboccio, e la scarsità dei giochi disponibili nei negozi in zona (e la relativa onerosità per un passatempo all’epoca ancora “nuovo”). Seguendo l’esempio degli amici e la pressione sociale, fu deciso di ripiegare su una PS1. Innumerevoli i vantaggi: accessori non ufficiali a iosa, la fantomatica “modifica”, la facilità con cui si recuperavano giochi piratati. Alla tenera età di 9 anni avevo una predilezione per i giochi Looney Tunes (i due Bugs Bunny in viaggio nel tempo) e quelli targati Disney, su tutti Hercules, A Bug’s Life e Toy Story 2 (adventure game fenomenale con musiche che ricordo ancora oggi).
    Unica eccezione, la mascotte mancata Sony - targata Naughty Dog: Crash Bandicoot. Pur possedendo il primo capitolo, era troppo difficile per i miei acerbi standard, mentre i due party game (Crash Team Racing e Crash Bash) incontravano decisamente il mio gusto e quello dei miei amici delle elementari.
    Inutile dilungarsi: il mio primo, vero gioco di kart è legato a doppio filo a tutta una serie di ricordi che credevo cancellati ma erano soltanto sopiti. Il dottor Cortex mi accolse al lato oscuro, e assieme a lui trascorsero innumerevoli pomeriggi a casa del mio migliore amichetto dell’epoca, tra competizioni infuocate, vittorie strappate, fino a prevalere su Nitro Oxide, che tanta rabbia ci scatenava quando non rispettava il via alla linea di partenza. CTR era “solo” questo: una modalità storia ripetuta all’infinito, gare, battaglie, risate e amicizia.

    Immagine inserita
    Ritrovare un vecchio amico dopo 20 anni.


    Facciamo un salto di 20 anni, anzi fermiamoci poco prima: è il dicembre 2019, l’ultimo mese di un anno per me atroce, probabilmente il peggiore che abbia mai vissuto. Sono gli ultimi giorni del decennio, e una sera, perlopiù per migliorare un umore malmestoso, decido di scaricare su Switch il chiacchierato remake di CTR, Nitro Fueled. Avvio il gioco.
    Penso di non aver mai vissuto un’esperienza simile.
    È come se un enorme lucchetto in qualche angolo remoto del mio cervello avesse ceduto, lasciando straripare centinaia di memorie che erano ancora lì, in attesa di venire fuori, come una marea improvvisa. Per i primi 10 minuti del gioco, dallo schermo del titolo con la sua musica, all’inizio della story mode, fino alla Crash Cove, ho avuto letteralmente i brividi per tutto quello che stavo (ri)provando: non ero più il farmacista palloccoloso stracciato di cazzo per qualsiasi problema, ma ero di nuovo soltanto un bambino con la sua voglia di stupirsi ed essere stupito dalle minime cose.
    Così come restavo meravigliato ricordando ancora il layout di alcune piste, o la posizione dei pannelli turbo, o constatando che alcune musiche mi sono rimaste marchiate a fuoco nella memoria (Papu’s Pyramid, Cortex Castle, Hot Air Skyway su tutte).
    Ci è voluto un po’ per riprendere mano coi comandi, ma alla fine vedere quel 100% vicino al faccione malefico di Cortex è stata una delle sensazioni più soddisfacenti mai provate, non per la difficoltà in se ma per essere riuscito a vendicare una delle imprese che la mia controparte infantile non era mai riuscito a raggiungere (sbloccare N. Tropy è ancora un miraggio ma vabbè).
    Come già detto nell’altro topic, sono entrato nel gioco quando ormai gli aggiornamenti mensili di CTR:NF volgevano al termine, e quando ancora non avevo l’abbonamento per l’online, perciò fisiologicamente dopo un po’ l’ho messo da parte, anche se sporadicamente rientro per farmi una corsa senza impegno. Ovviamente non ho un piglio professionistico capace di notare alcune eventuali falle più o meno grosse in questo gioco (scommetto che da qualche parte nel mondo esiste un forum parallelo che definisce CTR come un Giocodimmerda™), ma io lo inserisco nella mia top per quello che è: un gioco che per la mia infanzia ha significato tantissimo, preso, migliorato e ripulito sotto ogni aspetto, con l’aggiunta di decine di personaggi, piste, coppe, modalità, qualsiasi cosa ti venga in mente per saziare la fame di kart.
    Quindi perdonatemi se dò inizio al mio post con un gioco di kart che non sia QUEL gioco di kart, di quella specifica mascotte di quel brand videoludico. Ma devo arrendermi a un gioco che mi ha fatto capire che in quanto esseri umani siamo minuscoli in confronto a quello che è custodito nella nostra scatola cranica, e di come i nostri cervelli possano farci regredire a bambini soltanto bombardandoci di ricordi.

    Immagine inserita
    Arriva da molto lontano, pensa di essere il migliore sul kart e vuole dominare il mondo. Chi ci ricorda?


    • 6ª Posizione perlopiù a parimerito con la prossima

    Le grandi aspirazioni del GameCube ~ Luigi’s Mansion



    Eddai Rael aprilo, sono solo 30 secondi.


    Se c’è una cosa che mi è rimasta impressa del 2002 sono le fantastiche pubblicità del GameCube che giravano sia in tv che sulle riviste, quando Nintendo non aveva ancora abbracciato del tutto il concetto di family friendly estremo, e cercava di posizionarsi sul mercato come marchio cool per gli adolescenti. Su di me fece particolarmente presa lo spot con la mega fregna gothic dedicato a Luigi’s Mansion, e questo potrebbe spiegare un sacco dei miei gusti odierni, ma tant’è: all’inizio di quella magica estate il mio regalo per la promozione fu la nuova console targata Nintendo + Smash Bros. Meele + Luigi’s Mansion. Mentre ne scrivo ricordo ancora perfino l’odore del libretto di istruzioni!
    La magione mi folgorò, ancorandomi per anni al mondo Nintendo e al Mushroom Kingdom. Mario 64 e Mario Advance mi avevano divertito, ma li avevo visti soltanto come dei videogiochi qualsiasi, Mario era soltanto un tizio a caso che mi trovavo a controllare e che si muoveva in un mondo in cui non mi faceva troppe domande.
    Seguire Luigi invece era diverso: lui esprimeva tutto un range di emozioni dall’ovvia paura, alla preoccupazione, la curiosità, il sollievo, la gioia; in più interagiva con l’ambiente circostante in una maniera che non prevedeva soltanto salti e mazzate, ma effettivamente indagando su quello che era un vero e proprio mistero. Per la prima volta mi accorgevo di come comprimari e nemici avessero la loro personalità ben definita, tratto che in realtà accomunava un po’ tutti i giochi di Mario dell’epoca (Sunshine, Paper Mario, Mario & Luigi, perfino Mario Party 4 con i suoi premi personalizzati o i kart specifici di Double Dash mi sembrava dessero carattere ai singoli personaggi).

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    Fantastico cameo di Wariuzzo, qui in versione Cortesie per gli ospiti.


    Dal punto di vista del gioco in se, non posso non nominare alcuni momenti salienti: l’inseguimento infinito all’ultimo Boo di Boolossus, la lotta contro King Boo effettuata in tandem con un amico (lui colpiva Bowser, io aspiravo), i continui tentativi di ottenere il rank S, impresa in cui ho trovato successo soltanto di recente, nello stesso anno in cui hanno annunciato il remake per 3DS. È in quest’occasione che mi sono reso conto di quanto tenessi a questo gioco, felicissimo di averlo in formato portatile per poterci giocare in maniera più agile rispetto alla versione casalinga e averlo sempre con me, vendicando anche il ribrezzo che mi aveva fatto provare il secondo capitolo della saga. Vendetta portata a compimento con il 3, giocone coi controcazzi che riprende perfettamente le atmosfere del capostipite, aggiungendo anche gradevolissime variazioni sul tema.
    Spendo due parole anche su uno dei miei personaggi preferiti, forse il preferito, del brand: King Boo, l’unico vero sociopatico del Mushroom Kingdom. Quando non assume la forma del classico boo con la corona random, King Boo diventa un fantasma con un’espressione malsana, un brilloccone in testa e due occhiaie scavate con l’escavatrice. In tal caso è meglio scappare: in questa forma diventa protagonista di inquadrature inquietanti e veri e propri jump scare, fino a diventare totalmente folle e violento nella sua vendetta contro Luigi, come si vede nel 3.
    Per un periodo della mia vita sono stato letteralmente ossessionato da questo gioco, finendolo e ricominciandolo di continuo; ma soprattutto, prima di Luigi’s Mansion ero un mocciosetto che aveva terrore di ogni cosa che fosse anche solo lontanamente horror, mentre entrare e uscire dalla mansion ha segnato la prima volta in cui ho affrontato le mie paure seppur in maniera molto blanda, fino ad arrivare ad oggi in cui sono affascinato da qualsiasi aspetto macabro di qualunque prodotto di consumo (mi spiego meglio con un esempio: quando iniziano eventi di Halloween e ovunque ci sono zucche, scheletri e cose spooky).
    Ringrazio Luigi’s Mansion perché è stato il mio primo, vero battesimo di fuoco del mondo Nintendo, e perché mi ha fatto “crescere” segnando il passaggio dall’infanzia all’adolescenza.

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    Ho il mal di mare.


    • 5ª Posizione più in alto della precedente solo per motivi di “prestigio” (ma a cosa conta il prestigio in una classifica del genere, chi lo sa)

    E naufragar m’è dolce in questo mare ~ The Legend of Zelda: The Wind Waker


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    In the navy, you can sail the seven seas~♪


    Newsflash: Wind Waker è stato il mio primo Zelda in 3D (Ocarina giocato in maniera troppo frammentaria per essere definito tale), nonché il primo Zelda che ho concluso (avrei finito A Link to the Past solo qualche mese dopo).
    Non ho mai capito tutte le critiche catalizzate da questo palese capolavoro: posso solo democraticamente dedurne che la gente è totalmente deficiente.
    Mi piace che Link non sia adulto, ma sia un bambino con occhi giganti: all’epoca mi permise di empatizzare ancora di più con un personaggio della mia età che non lesinava sull’esternare emozioni ed espressioni, come la gioia di aver sconfitto un boss, la faccia imbronciata in presenza di un personaggio antipatico, o quella profondamente triste mentre saluta la nonna partendo alla ricerca della sorellina.
    Il me dodicenne si immedesimò immediamente con lo sconforto nell’abbandonare l’isola natìa e col terrore di avventurarsi letteralmente SUBITO e DISARMATO nel quartier generale del cattivo finale, alla mercé di guardie-maiali che reagivano ad ogni passo che non fosse abbastanza furtivo.
    Mi piace tuttora la scelta del cel-shading, tecnica che si sposa perfettamente col tipo di fiaba delicata e “romantica” che si va a raccontare, non un semplice gioco con l’ambientazione fantasy. E che soprattutto rende divinamente nel rappresentare la distesa di mare sconfinato che è il mondo di gioco.
    Quanto mi piace quel mare sconfinato, è forse difficile riportarlo a parole. Superata la delusione iniziale nello scoprire che le isole abitate erano davvero poche, mi resi conto che erano proprio le isole più piccole a riservare le sorprese più grandi: ognuna di esse accendeva il mio spirito d’avventura e lo stupore della scoperta, alla ricerca di tesori e segreti nascosti nei loro anfratti. Forse le parti che più ricordo con emozione sono proprio il momento dell’approdo su un atollo sconosciuto, e il relativo salpare a esplorazione conclusa, delle piccole scintille che mi facevano sentire proprio come se stessi intraprendendo un’avventura per mare, come in un romanzo. E quelle acque che i più insensibili additavano come vuote erano in realtà piene di eventi: barche mercantili, navi da guerra, vascelli fantasma, calamari giganti, tempeste improvvise, tifoni di passaggio, non c’era modo più “realistico” per raccontare un viaggio tra i flutti, e ho amato ogni momento. Finanche l’alienante subquest dei pezzi di Triforza non è riuscita ad annoiarmi, non avendola vissuta come una maratona da completare il prima possibile, ma godendomi una parentesi di relativa libertà dalla trama in cui ne approfittavo per scandagliare ulteriormente quel mondo di gioco che tanto mi affascinava. O anche solo semplicemente modificare la direzione del vento, e viaggiare per mare senza meta, accompagnato dai gabbiani.
    Potrei soffermarmi ore su quanto ogni minimo personaggio sia reso benissimo, ognuno coi suoi piccoli drammi (aspetto comune anche a Majora, al secondo posto nella classifica dei miei Zelda preferiti). Ma a restarmi impressi furono i due regnanti, due antitesi, nemesi l’uno dell’altro: Ganondorf, per la prima volta non ritratto soltanto come malvagio sovrano del male, ma figura tragica gelosa del vento di Hyrule, e che cercando una condizione migliore per il suo popolo ha perso di vista la cosa più importante, il suo fine distorto dall’ingordigia di potere; il re di Hyrule, per la prima volta personaggio con personalità propria, guida presente e vestigia di tempi antichi, sovrano di una terra troppe volte contesa, ormai drammaticamente deciso a lasciar andare, lasciar annegare tutto il passato, compreso se stesso. Le battute finali del gioco, con entrambi i monarchi a confronto, le ricordo potentissime, un impatto devastante, e mai avrei pensato di provare una profonda tristezza abbandonando al loro destino un demone-suino e un regnante finora marginale.
    E in più, altri mille, piccoli episodi che mi tornano alla mente con tenerezza, e che fanno valere di diritto a Wind Waker la sua posizione in questa classifica: già da piccolissimo avevo la fascinazione dei viaggi per mare, cementata in maniera ancor più prepotente anche grazie a questo Zelda. Ed è forse grazie a questo gioco che iniziai ad acquisire una diversa prospettiva sul viaggiare (da piccolo visto come una sfacchinata massacrante), maturando una certa curiosità nel vedere posti nuovi e la convinzione assoluta che sia un tassello necessario nella crescita personale e nell’ampliare le proprie vedute.
    Non posso non essere felice nel constatare che Wind Waker sia stato vendicato dalla storia, e sia ora uno dei Zelda più amati dai fan della saga.
    Avevo ragione.

    Immagine inserita
    Je suis l'empire à la fin de la décadence.
    (Didascalia assolutamente non inserita soltanto per far parlare Rael in francese)


    • 4ª Posizione oggettivamente più in basso delle due precedenti, il cuore però suggerisce di metterlo qui

    ”A 18 anni me ne vado di casa” ~ Animal Crossing: Population Growing


    Immagine inserita
    The song “Stale Cupcakes” is inspired by a mother's love for her son. She used to bake cupcakes for him on his birthday, but one day he "went away to live with the animals."
    The cupcakes got stale, but she still writes to him.


    È il 2004: possedevo il GameCube da due anni e ancora non sapevo che sarebbe stata la console casalinga su cui avrei passato più ore in assoluto, e che anni dopo avrei riempito di suoi giochi una top 10 su un forum moribondo ma ancora attaccato al respiratore. Possedevo tantissimi titoli che consideravo meravigliosi e che non mi stancavo mai di giocare (in maniera ammetto quasi alienante), ma all’orizzonte si stagliava una calma piatta: erano gli anni di NRU, e quella redazione di venduti da mesi non faceva che creare hype per un gioco misconosciuto di nicchia, che nemmeno lontanamente mi sarei sognato di provare. A chi interessa vivere in una foresta con degli animaletti a far nulla, dopotutto? Alle vecchie zie dei suddetti redattori?
    Quando uscì la recensione, non so nemmeno io cosa mi colpì precisamente: c’era veramente tanto amore in quelle parole (cosa strana per un gioco che non fosse Mario o Zelda, secondo gli standard di quella rivista di venduti), ma sopratutto lasciavano trasparire una particolare, immensa pace interiore. Una sezione dedicata al gioco fu inserita già da quel numero, dandomi un’idea più precisa di cosa avrei trovato: un mondo parallelo al nostro, che segue i nostri orari e le nostre stagioni, e che cambia di conseguenza. Ma con molte, molte meno rotture di balle. Ne rimasi affascinato.
    Confrontandolo con i titoli più moderni, Animal Crossing era terribilmente limitato: le fantastiche opzioni di decorazioni degli esterni si riducevano ad alberi e fiori (e nemmeno tanti), la casa si estendeva solo su tre piani e il debito richiedeva ere geologiche di ripagamento, perché ere geologiche servivano per far soldi, un tempo in cui i ricavi provenivano solo dalla vendita di pesci e insetti.
    C’era però, innegabilmente, molto cuore. Razionalmente, posso trovare dei punti di forza in una mappa enorme, quasi interamente ricoperta dalla natura, che donava la sensazione di muoversi davvero in una foresta; gli animaletti abitanti del villaggio avevano un forte carattere (come si può vedere sotto) e si prodigavano per riempire la tua giornata in mille modi con tante piccole subquest, prima che diventassero dei simil-bot spara-frasi tutte identiche; alcune meccaniche di gioco forse erano ancora grezze, ma indubbiamente davano personalità a un gioco che rappresentava una vera e propria ventata di freschezza, del tutto dissimile da qualsiasi cosa fosse stata fatta precedentemente.
    Col senno di poi, nonostante il titolo per Switch sia l’esperienza definitiva della serie, reputo quello per Cubo l’Animal Crossing più rilassante, proprio per i suoi limiti e la mancanza delle mille cose “da fare” presente nei titoli più recenti. Non c’erano ancora routine a cui sottostare, o voci da spuntare entro un tempo limite. Bastava viverla con calma.
    Già dagli albori era presente una forte componente socializzante, sotto forma di scambio di oggetti (tramite lunghe password autogenerate): fu per rispondere a questa esigenza che approdai sulla buonanima del primo forum sul sito Nintendo, dove iniziai a conoscere le prime persone online. Ci furono poi le prime chat, seguite dall’esodo su un piccolo forum forumfree dedicato specificatamente al gioco, che in seguito si evolse in un forum di fan Nintendo a 360º. E da lì, non ricordo in che modo e perché, approdai infine su NDZ. Perciò, tramite un complesso meccanismo di specchi e leve, devo ad Animal Crossing il fatto che io stia scrivendo questo wot, qui e ora.
    Che bizzarra successione di eventi.

    Immagine inserita
    POV: ti sei appena iscritto su NDZ.


    È il 2004: è il mio terzo e ultimo anno delle medie, e non ho molti amici. Sradicato a forza dal contesto del mio paese natale e finendo in una scuola nuova, con gente nuova, in una città più grande, non ero riuscito a creare forti legami.
    Non è la classica storia del ragazzino che si rifugia in un mondo di fantasia per sfuggire a una realtà deludente (o di una ragazzina che si colora i capelli di rosa perché ce li ha bianchi), ma non potevo non pensare con una certa fascinazione all’idea di quanto sarebbe stato bello vivere da solo, e stringere amicizie con animali sproporzionati soltanto in virtù di una prossimità geografica.
    Quel moccioso un po’ solo non poteva ancora saperlo, ma quella città che guardava con timore ora è diventata la sua casa, e da lì a 10 anni avrebbe coronato il suo sogno di fare i bagagli da un giorno all’altro e di andare a vivere da solo. Non voglio dare tutto il merito ad Animal Crossing per la mia famelica voglia di indipendenza, ma indubbiamente ci ha messo una buona mano.
    Un’altra lezione impartitami subconsciamente da questo gioco, e che avrei messo a frutto da lì a poco al liceo, è che il carattere è una delle doti più importanti, e che può essere espresso anche attraverso del sano sarcasmo o battute sagaci: i villagers talvolta sapevano essere degli autentici diti arculo con i loro commenti sprezzanti, ma non mancavano di dimostrare concretamente la loro amicizia con improvvisi slanci di generosità. Negli anni ho imparato che ironia e autoironia, condite con osservazioni pungenti, sono doti molto apprezzate da chi le sa cogliere, e che si può essere amichevolmente dei diti arculo se poi si dimostra con i fatti quanto si tiene a una persona.
    In ultima battuta, forse la cosa più importante che ho imparato da tutta la serie di Animal Crossing, è festeggiare Halloween come se fosse Natale e cioè per un mese intero, partendo dal 1° Ottobre con decorazioni a tema e musiche lugubri.
    Per vari motivi, questo gioco a cui inizialmente non avrei dato due spicci ha segnato uno step importante nella mia vita, sia irl che online, e non posso escluderlo dalla top 7 nonostante possa essere un titolo capace di far storcere il naso ai puristi del videogame, cosa che ovviamente io non sono. Che ci faccio qui?

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    • 3ª Posizione cementata senza problemi

    Riuscite ad immaginare un mondo senza avvocati? ~ Phoenix Wright: Ace Attorney


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    Uno degli aspetti più importanti del gioco: le battute zozze.


    I più attenti sapranno che ormai seguo con costanza soltanto tre serie videoludiche, e che Ace Attorney è una di queste. Difatti, questa posizione non è occupata da un solo titolo, ma da tutta la saga in generale, con sì i suoi alti e bassi, ma in toto vista come i diversi capitoli di una serie letteraria, ognuno di essi legato a doppio filo coi precedenti e coi successivi.
    Diversi anni prima di riuscire a provarlo con mano, dal Giappone arrivavano notizie di un “simulatore d’avvocato”, una visual novel a tema investigativo/giudiziario; all’epoca trangugiavo libri gialli come noccioline, e rimasi ben deluso una volta giunta la conferma che quei giochi per il GBA non avrebbero mai lasciato il suolo nipponico.
    La delusione si trasformò in euforia quando i giochi furono tradotti in lingua cristiana a un ritmo serratissimo, tanto che la notizia mi raggiunse quando si era già al secondo capitolo, che presi senza pensarci due volte e iniziai a giocare senza curarmi di seguire l’ordine prestabilito.
    I punti di forza della saga, che mi attirarono a se praticamente subito e che sono stati ripetuti e straripetuti allo sfinimento, sono i soliti: un gameplay che ti prende per mano all’inizio, per poi chiederti di spremerti le meningi nei casi più avanzati, senza risultare mai ingiusto ma donandoti tutti i mezzi per riuscire a farcela con i tuoi soli neuroni; ancora mi pavoneggio del fatto che non abbia avuto bisogno di nessun tipo di guida nemmeno una singola volta in nessuno di questi giochi.
    I casi in cui Phoenix Wright va a muoversi sono (quasi) tutti validissimi e credibili, con soltanto degli elementi di misticismo a fare da contorno che però sono sempre funzionali alla risoluzione dell’enigma, sempre e soltanto un mezzo per investigare ancora più a fondo, mai un deus ex machina: la soddisfazione di arrivare alla fine di un episodio è immancabile e genuina.
    Ovviamente, a farla da padroni in un gioco del genere, sono i personaggi. Lo stesso Phoenix è un capolavoro di scrittura, trattato al tempo stesso sia come ultimo dei fessi che come legale leggendario, un avvocato esordiente che tenta di farsi un nome comportandosi nella maniera più professionale possibile, mentre la finestra sulla sua mente dà spazio a tutti i dubbi, incertezze, anche paure, ma soprattutto fiumi e fiumi di commenti sarcastici rivolti letteralmente a chiunque. È impossibile non empatizzare con lui perché il suo percorso e i suoi pensieri sono quelli di un qualsiasi everyman, e chiunque di noi al posto suo si comporterebbe come lui o penserebbe le sue stesse cose. Così, le innumerevoli volte che blufferà in tribunale, saremo più che entusiasti di salvarlo dalla situazione in cui lui stesso si è andato a impelagare, e mai come in quei momenti potremo avvertire che la vittoria è condivisa tra noi e lui.
    Tutto il resto del nutritissimo, vastissimo cast non è da meno, e se anche volessi spendere un rigo per ognuno dei personaggi più indimenticabili, dovrei scrivere per ore. Basti dire che la stragrande maggioranza di loro mi ha impartito una grande lezione di vita, che tutt’oggi ricordo a me stesso e a chi mi sta attorno: “ognuno di loro (e ognuno di noi) ha i propri problemi”, qualcuno forse non così piccolo come vuol far credere, altri decisamente troppo grandi per essere gestiti da una sola persona. È un mantra che mi ritrovo a ripetere molto spesso, e i cui semi furono già gettati ai tempi di Justice for All, con le sue faide familiari, dolorosi incidenti, odiose rivalità e vite spezzate.
    In ultimo, a un livello più personale, amo questo gioco per le ambientazioni, le musiche, in generale il mood che riesce a comunicarmi. Sullo sfondo di una Los Angeles del prossimo futuro (all’epoca, ora è invece del contiguo passato) ci muoviamo per studi legali e stazioni di polizia, ma anche lussuosi alberghi, studi cinematografici, ristoranti alla moda, fino ad arrivare a parchi sereni e templi di montagna. Ma in realtà non è Los Angeles, bensì Tokyo, perciò non sono da escludere (soprattutto nei giochi più recenti) visite a villaggi tradizionali, negozi di noodles e teatri rakugo (vai a capire di che si tratta). Il tutto condito da una soundtrack che non sfigurerebbe in una qualsiasi pellicola di investigazione, che assolutamente non mi metto ad ascoltare quando voglio ingannarmi di vivere in un film noir, per chi mi avete preso.
    È un peccato che le uscite dei titoli stiano diventando sempre più dilatate man mano col passare del tempo, e che ormai sia un genere talmente di nicchia che dopo il quarto capitolo non abbiamo più ricevuto nemmeno una traduzione in lingua pizza&mandolino (in alcuni casi nemmeno in una lingua che non sia chinghi-chonghi, ma vabbè). Resta indubbio che, ogniqualvolta viene annunciato un nuovo capitolo oppure si decidono a tradurne uno Japan-only, il mio spirito investigativo freme e sono in prima linea per risolvere dei nuovi casi. E bearmi della mia intelligenza.

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    L’altro aspetto più importante del gioco: la fre-


    • 2ª Posizione precedentemente sul gradino più alto del podio

    A song of Emblems and Dragons ~ Fire Emblem


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    Perché a Lyndis nun je devi cacà ercazzo.


    “Madoooonna, che gioco da weeb!”
    La mia passione per Fire Emblem è figlia di tempi che non ci sono più, ovvero i magici periodi in cui era la prassi scaricare rom GBA e DS, per “provare il gioco” e sicuramente poi “acquistarli”. Strano a dirsi, ma con Fire Emblem andò proprio così.
    Quando si aveva fin troppo tempo libero tra le mani, durante i primi anni del liceo, ero costantemente alla ricerca di qualche titolo nuovo e stimolante da scoprire, volendomi già dare un tono esulandomi dalle bambinate di Mario & Co. Uno dei miei più stretti amici online allora mi suggerì di provare Fire Emblem, sia il 7 che l’8, entrambi per GBA: i precedenti titoli erano così di nicchia che non avevano lasciato le terre del Sol Levante, ma si era deciso di presentare i nuovi al pubblico occidentale, probabilmente seguendo la forte risonanza che avevano avuto Marth e Roy su SSBM.
    “Dai ma che palle” diceva un giovane Nonno “dovrei giocare a un cazzo di gioco dove non posso muovermi liberamente, le armi si consumano, e i personaggi morti diventano inutilizzabili? Ma che ansia è ‘sta roba, voglio una cosa tranquilla.”
    E capii che le cose tranquille non facevano per me, tanto che in tempo zero mi ritrovai ad acquistare copie originali non solo del 7 e l’8, ma anche del 9 per GameCube. Fui subito catturato da un mondo medievale che, alla stregua di Ace Attorney, era quanto più realistico possibile (anche per gli aspetti di cui sopra) con soltanto alcuni elementi fantasy che non inficiavano la mia esperienza di gioco: mostri e draghi sono piuttosto rari, considerati dai personaggi miti o superstizioni piuttosto che entità concrete; la magia non è alla portata di tutti, ma viene giustificata come frutto della scienza e della ragione, mentre i poteri curativi attingono dalla fede; diverse etnie metà umani e metà animali vengono introdotte più che altro per insinuare sottotrame antirazziste; in generale i protagonisti non affrontano un viaggio epico per buttare un anello in un vulcano o roba del genere, ma sono impegnati in un vero e proprio conflitto armato che coinvolge diverse nazioni, mentre sullo sfondo possono diramarsi innumerevoli intrighi politici e sotterfugi di palazzo, che verranno prima o poi risolti con le armi.
    Visto sotto una lente meno superficiale, Fire Emblem è un racconto sporco, a tratti crudo, che spesso non edulcora gli orrori delle guerre narrate: saccheggi, eccidi, esecuzioni, tradimenti, codardie, i toni sono più vicini a un romanzo storico che a un’opera eroica, e questo è ancora più vero nella duologia che vede protagonisti Ike e i suoi mercenari, con un background ancora più popolare rispetto ai lord degli altri giochi, in contrasto alla nobiltà avida di potere e al clero corrotto.

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    In giochi come questo la motivazione è tutto.


    Ambientazione vincente a parte, preferisco non perdere tempo più di tanto a discutere di trame o personaggi riusciti o meno, ma vado dritto a parlare del mio aspetto preferito della serie: è un gioco terribilmente cerebrale. Possono riempire la serie con sempre più waifu, tette, support senza senso, romanticherie inutili e protagonisti autoinseriti, ma il midollo è sempre quello: scacchi, matematica e neuroni. Anche in questo caso i primi capitoli dei primi giochi ti prendono per mano per poi buttarti in acqua per insegnarti a nuotare, e se è vero che i titoli sono sempre più pieni di paillettes, la loro presenza è direttamente proporzionale a un map design sempre più originale e complesso, che richiede via via sempre più sforzo e che fa il possibile per farti uscire dalla tua comfort zone. Indubbiamente l’appagamento di arrivare alla fine di alcune mappe bastarde è difficile da descrivere per chi non ci è passato.
    Come già scritto nel topic dei giochi del decennio, è stato uno dei giochi narrativamente peggiori ma dannatamente impegnativo a farmi capire cosa amo davvero di Fire Emblem: lo spingersi oltre i propri limiti. L’Eternal Stairway di FE Fates la ricorderò a vita come un totale incubo sia ingame che fuori, circondato da orde di massicci cadaveri semoventi e bocche della verità spara-massi, con rinforzi nemici letteralmente infiniti e soprattutto esperienza guadagnata prossima allo zero, che rendeva il capitolo 21 di (Lunatic) Conquest una vera battaglia di logoramento per la sopravvivenza. Personalmente, è stata la prova videoludica più difficile che abbia mai dovuto affrontare, e che probabilmente si è mangiata una buona parte delle mie sinapsi, ma la pura estasi di vedere le parole “capitolo completato” ripagarono ampiamente qualche terminazione nervosa irrimediabilmente maciullata e un’emicrania da record. Il fine ultimo che ho cavato da Fire Emblem è una sfida di intelligenza lanciatami da me medesimo, a difficoltà sempre più demenziali, per dimostrare a me stesso qualcosa, probabilmente che nella mia scatola cranica c’è della materia grigia ancora capace di funzionare egregiamente.
    Ho adottato questo mindset anche in ambito lavorativo, dove oltre a dover palesare le mie capacità a me stesso, è ancora più importante che si palesino a chi mi sta attorno, nonostante abbia lo svantaggio costante di non trovarmi minimamente a mio agio nella mia posizione.
    Ma Fire Emblem insegna a fare anche questo, a spingere sempre di più, sempre più avanti, sempre più oltre, fino ad arrivare alla fine dove non puoi fare altro che pensare “porco cazzo ma che gran cervello che ho”.
    Anche in questo caso, per i sopracitati motivi, non riesco a fare una scelta e inserisco la saga in toto, pur se dovessi proprio scegliere i migliori sarebbero probabilmente il 7 e il 9/10. E forse adesso chi mi invita più o meno gentilmente a riprendere in mano Three Houses (senza fare nomi) potrà capire perché non rusho il gioco in modalità normale per godermi la trama: tutte le sfaccettature della storia sono importanti sì, ma per me è ancora più importante finire il gioco seguendo le mie regole autoimposte, e per fare questo ho bisogno di una mole di tempo libero che ormai è solo un ricordo. Vabbè aspettiamo agosto va’.


    Non potevo ignorare il duca Oliver, che qui ci dà lezioni su come rompere le gengive anche se sei un’unità mediocre.


    • 1ª Posizione a sorpresa?

    25 years of memories ~ Pokémon


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    Forse voi davate per scontata questa mia prima posizione, invece io ad essere sincero resto stupito di questo risultato, e di come sia stato capace di scalzare una serie oggettivamente più solida sotto diversi punti di vista come Fire Emblem. Ne abbiamo discusso a fondo tante e tante volte, conosciamo bene la china discendente che il brand dei mostri tascabili ha imboccato da quasi un decennio a questa parte, sappiamo che i giochi più attuali sono un enorme downgrade, mentre guardiamo con un occhio più critico e cinico i giochi ormai datati degli anni d’oro. Pokémon è lontano anni luce dall’essere una serie perfetta, eppure in me come in tanti altri scatta ancora una scintilla, forse più fievole e più pallida, ma resta in ogni caso onnipresente. Basta questo per metterlo sul gradino più alto del podio?
    In realtà è quanto di più logico possa esserci, parlando di una serie che gioco insistentemente da quando avevo 8 anni, che mi ha accompagnato per tutto il mio percorso di vita fino ad oggi, e con la quale in tutta probabilità ho accumulato complessivamente più ore di gaming totali.
    Finanche i primissimi ricordi legati a Pokémon sono ancora vividi, probabilmente proprio in virtù del fatto che non li ho mai abbandonati, dato che ciclicamente andavo (e vado) a rispolverare tutta una serie di emozioni, sensazioni e situazioni connesse inevitabilmente ai diversi periodi storici della mia vita, che annullano inesorabilmente qualsiasi tentativo di vedere scalfito l’alloro del primo posto. A che serve stilare per l’ennesima volta una pleonastica lista di pro e contro, quando basta accendere un vecchio gioco, muoversi di qualche pixel e ascoltare un paio di note in 8-bit per ritrovarsi catapultato nel corpo del se stesso bambino di più di 20 anni fa?
    Era il 1999 quando facevo conoscenza coi Pokémon, un boom pazzesco che deflagrò contemporaneamente sotto forma di cartoni animati su Italia 1, figurine, carte collezionabili, e ovviamente videogiochi. Furono le mie due cugine (le stesse che mi introdussero al Nintendo 64 prima, e al Nintendo GameCube poi) a farmi scoprire che le avventure a Kanto non erano una prerogativa di Ash e del suo Pikachu, e che il GameBoy e una cartuccia di colore blu potevano essere un foglio bianco su cui scrivere la propria personalissima storia con il proprio team preferito. Cosa di cui non ci rendemmo conto subito, visto che la nostra occupazione principale era picchiare Pidgey e Rattata con “Bolla”, nome dato a uno Squirtle overlivellato che amava usare l’omonima mossa. Mesi dopo, in occasione della mia prima comunione, non ebbi alcun dubbio su cosa avrei voluto in regalo: conservo ancora oggi quel GameBoy Color giallo acceso e quella cartuccia di Pokémon Blu, sulla cui boxart troneggiava un violentissimo Blastoise che mi sarei poi ritrovato a usare ingame come mio unico alleato - i bei vecchi tempi degli starter overleveled. Celestopoli, Aranciopoli, la M/N Anna, Lavandonia, le Isole Spumarine, a ognuno di questi posti associo un ricordo cristallizzato nella mia memoria, dei rapidissimi flashback che mi fanno tornare indietro con la mente per delle frazioni di secondo, una sensazione stranissima da descrivere: non sono vere e proprio reminiscenze, quanto più fotografie di attimi all’epoca normalissimi, una cornice di estati passate che va ad incastonare il dipinto vero e proprio, ovvero lo schermo sempre troppo scuro di quel maledetto GameBoy.
    Le stesse vibrazioni le avverto quando ripenso a Pokémon Oro, regalo di vecchie zie, padrone assoluto assieme ad Argento del tempo libero mio e dei miei compagni delle elementari, tutti presi da quella novità assoluta (non ancora prassi) che era una generazione aggiuntiva a Rosso e Blu. Forse per la maggior mole di tempo spesaci, stavolta in compagnia di numerosi amici, solo in tempi relativamente recenti mi sono reso conto di come questi flashback siano associati a ogni singola località di gioco, da Borgo Foglianova al Monte Argento: quando poso lo sguardo su una qualsiasi città o percorso, con la coda dell’occhio posso vedere intorno a me pomeriggi assolati a casa di amici, o mattinate uggiose da anziani parenti, parchi, spiagge, piazze, tutti posti in cui sono stato e in cui probabilmente non saprei come tornare, vedo una mattina di primavera nella casa dei miei genitori 20 anni fa, ma se cerco di mettere a fuoco tutta l’illusione svanisce, e mi ritrovo catapultato indietro nel 2021.

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    Prevedibilmente, Pokémon Rubino segnò una vera e propria diaspora, e non soltanto perché nel frattempo si era passati alle scuole medie, ma in generale perché la risonanza di Pokémon andava scemando, e la sua utenza si affacciava alla prima adolescenza. Andando (all’epoca) controcorrente, la terza generazione con i suoi profondi cambiamenti, come profondamente stava cambiando la mia quotidianità, mi conquistò totalmente con una inedita originalità, riconoscibile non solo nella serie principale ma anche in due signori spin-off come Colosseum e Gale of Darkness. Oggi trovo risibile l’idea che l’uscita di Rosso Fuoco e Verde Foglia coincidesse con una ipotetica “chiusura del cerchio con ritorno alle origini” che avrebbe sancito la fine di una serie che praticamente era soltanto all’inizio.
    Saltando a Diamante e Perla, potrei ammettere che subconsciamente non amo questi giochi perché li associo a un periodo non propriamente roseo della mia vita, e questa serpeggiante sensazione di sgradevolezza per poco non mi fece abbandonare definitivamente la serie; a salvarmi furono proprio HeartGold e SoulSilver, sia perché sono tutt’oggi giochi eccellenti, forse i migliori della serie, sia perché tutti i tasselli che mi impensierivano negli anni passati sembravano essere finalmente andati al loro posto. HeartGold è probabilmente il mio gioco Pokémon preferito, associato a degli anni del liceo più felici che abbia mai vissuto, a sua volta remake di un gioco emblema della mia spensieratezza infantile.
    Bianco & Nero, coi loro sequel, hanno assunto un’inedita funzione di “segnale di riconoscimento” tra le aule universitarie del primo anno, e sono stati fautori di nuove, salde amicizie in maniera diretta o indiretta, alcune delle quali mantengo ancora oggi, e che portarono all’exploit di XY di cui ho parlato nel topic del decennio, l’ultima coppia di giochi originali (assieme ai remake Omega Ruby e Alpha Sapphire) che ha rappresentato dell’intrattenimento sociale solido e duraturo, sia con i suddetti compagni di corso che con i tipi loschi di NDZ.
    La settima generazione tutta è forse l’unica invece che, dall’inizio alla fine, è stata dominata dalla solitudine, ed è anche per questo che la ricordo più freddamente, non avendola legata a nessun momento particolarmente memorabile a parte serate di relax estremo; Scudo era sulla buona strada per fare la stessa fine, se non fosse che lo associo ai 10 giorni di convalescenza post-trapianto in cui mi ci sono chiuso (ehi, sapete che ho fatto un trapianto di capelli?), alle spassose serate di cooperazione con gli NDZiani, e in generale a un’atmosfera che trovo più gradevole nonostante le immense lacune.
    In mezzo a tutto questo c’è stato un Pokémon GO che ha segnato un inaspettato ritorno di fiamma per molti, e l’estate 2016 è stata bizzarramente fuori di testa per il successo che ne è scaturito, probabilmente il momento in cui c’è stato un punto di svolta che ha contribuito per molti a scardinare la convinzione che Pokémon fosse ormai una serie soltanto ad appannaggio per i bambini, e che ha fatto ammettere a molti una passione per la serie che prima tenevano segreta.



    Tutto questo sproloquio per dimostrare, a volo d’uccello, quanto Pokémon sia stato una presenza costante nella mia vita, sia in momenti belli che in momenti brutti, e che forse continuo a tornarci, iniziando e reiniziando partite, per provare le stesse sensazioni che ormai sono irrimediabilmente perdute e ineguagliabili, per avvertire nuovamente una stessa leggerezza e spensieratezza inevitabilmente schiacciate da... tutto il resto. E forse è questa la condanna di tutti i fan di Pokémon, divisi tra una sensibilità nostalgica di un mondo passato visto tramite degli occhiali colorati di rosa, e una insaziabile voglia di innovazione in una serie ormai fossilizzata dentro se stessa.
    O almeno, questa è sicuramente la mia.


    Scrivi wot come una farfalla, rompi i maroni come un’ape.
    ~Dalai Lama

    :rimescola:
  4. NDZ goes live! Rael’s Twitch Talk

    03 February 2021 - 23:39 PM

    Ringraziamo tutti Rael per la possibilità di riprovare l’ebbrezza dei +1 dopo anni di quiete :piuuno:
    Nell’ultima sua live, Rael ci ha illustrato in dettaglio la top 10 dei suoi pokémon preferiti e la flop 10 dei suoi spreferiti. C’è stato dramma, azione, risate, sentimento, insulti, e chi più ne ha più ne metta.
    Oggi siamo qui per fare il bis, e il tris, e il quater di tutto ciò, perché Rael farà una live reaction sulle nostre classifiche, valutando i nostri canoni di bellezza e stabilendo per sempre se i nostri gusti sono buoni o fanno cagare a spruzzo.
    Diamo il via alle danze! :rimescola:

    Nonno’s All-Time Top 10

    Una breve introduzione per ricordarvi, semmai ce ne fosse bisogno, che la mia idea di bellezza in questo brand si discosta totalmente dall’immagine dei pokémon “tamarri” o universalmente riconosciuti come belli/popolari. Stiamo parlando di mostri tascabili, e pongo sempre l’enfasi su “mostri”. Molti inoltre non si basano sul mero gusto estetico, ma anche sulle sensazioni che ne scaturiscono.

    n° 10

    n° 10 ~ Slowking
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    •Royal majestic •Ciccione
    •Cosone rosa un po’ ippopotamo, un po’ salamandra, un po’ nessuno dei due
    •Evo efficacissima modificando pochissimi elementi •Sotto sotto cattivo


    Trovo tutta la famiglia Slowpoke emblematica per quanto riguarda l’essere Pokémon: è un animale, ma non si capisce che animale; è inserito nell’ecosistema come se fosse una creatura vera, sia per la sua relazione con un’altra specie (Shellder) sia perché viene cacciato dagli umani a causa della sua coda; è capace di deevolvere se perde lo Shellder (anche se è impossibile nei giochi); infine possiede una gerarchia di branco definita che dona sempre spessore a una famiglia Pokémon. Slowking è il capobranco, e anche se è più intelligente dei suoi parenti mantiene una faccia estremamente sciocca (soprattutto nei primi sprites), e rappresenta lo stereotipo del cervellone smemorato con la testa tra le nuvole che comunica vibes da filosofo antico. Il copricapo-Shellder a forma di corona ha un design che adoro, e la gemma incastonata dona ancora più regalità.
    Da piccolo, scoprendo che era una branch evolution di Slowpoke e non un’evo diretta di Slowbro, capii che le evoluzioni dovevano seguire un senso logico e non essere un semplice “aumento di dimensioni + aggiunta/spostamento di elementi del design”. Se lo Shellder stava sulla coda, non poteva magicamente spostarsi sulla testa!
    Il suo moveset mi comunica una personalità ombrosa, con mosse che non ti aspetti da un sovrano illuminato, come Slack off, Swagger e Nasty plot. Queste sfaccettature sono state estremizzate in maniera efficace nella sua versione Galar, di cui però ho solo visto l’artwork e non mi sbilancio.
    Highlights: lo Slowking del boss finale di Colosseum, che entra in campo usando Skill swap su uno Slaking e togliendogli il Truant (mortacci sua).


    n° 9

    n°9 ~ Ludicolo
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    •Evoluzione inaspettata •Stereotipato ai limiti del legale
    •Simpatico & Spensierato •Ciccione
    •RUNPAPPA!


    Ultimamente spopola per i meme ma io lo amavo già da prima. È un’evoluzione fuori di testa: un kappa con la foglia di loto diventa un grosso papero-ananas ballerino col loto a sombrero. Descritto pezzo per pezzo fa cagare, ma tutto assieme il suo design ha una strana sintonia, tanto da farti credere che sia naturale per un mostro acquatico giapponese trasformarsi in un mariachi. Per essere un Pokémon che non si prende sul serio già a partire dal nome, è inaspettatamente forte grazie al suo typing inedito e ai mille modi che ha per recuperare energia. È un mostro divertente, che è anche divertente da usare, con un verso simpaticissimo.
    Avevo Rubino ed ero tristissimo per il fatto di non averlo potuto usare nella storia principale (anche se ipotecò un posto fisso in squadra post-lega in seguito a uno scambio con un amico), anni dopo ho preso Alpha Sapphire praticamente solo per lui.
    Highlights: i mille Ludicolo di Discoball e i loro balletti sotto la pioggia.


    n° 8

    n°8 ~ Golduck
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    •Elegante •Uno dei best acqua di prima gen
    •Papero psico senza essere psico


    Con gli anni il suo design un po’ basic me l’ha fatto scendere dal podio, però resta indubbiamente un Pokémon semplice ed elegante dalle linee pulite. Mi ha sempre affascinato la sua particolarità di essere un tipo psico “ad honorem”, in più è un tipo acqua, uno dei due tipi preferiti del me bambino. Infatti faceva coppia fissa col mio starter Blastoise, ed era deputato a risanarmi le finanze grazie al suo giorno-paga (TM in prima generazione).
    Ha diversi punti in comune coi due Pokémon precedenti della classifica: è un tipo acqua che usa poteri psichici e possiede una forma base totalmente rincojonita, oltre ad essere un kappa come la famiglia di Lotad. Come Slowking, anche lui ha una gemma sulla fronte, dettaglio minuscolo ma che apprezzo da matti.
    Highlights: il mio suddetto Golduck con Pay-day.


    n° 7

    n°7 ~ Drednaw
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    •Tartaruga/coccodrillo •Pazienza: missing
    •Ciccione (soprattutto in gigamax) •Terrificante & Temibile


    Senza volerlo ho raggruppato tutti water-type in fondo alla top 10: sopra Drednaw non ci sono altri mostri d’acqua e mi rendo conto sia di quanto mi piaccia sta bestia sia di come sono cambiati i miei gusti negli anni.
    Drednaw è metà tartaruga e metà coccodrillo, e i Pokémon ispirati a questi due animali mi piacciono sempre molto (eccezione: Turtonator). In più questo binomio ricorda i primi due starter d’acqua a cui sono molto legato, e portarmi Drednaw dietro dopo 20 anni mi dà una bizzarra sensazione di familiarità, come se avessi con me un ibrido Blastoise-Feraligatr. Eppure all’inizio non ne ero particolarmente preso.
    Il problema: Drednaw è uno dei primi Pokémon di ottava generazione rivelati e viene SPAMMATO ovunque. Come spesso capita, inizio a provare verso questi Pokémon una sensazione che va dall’indifferenza al fastidio.
    Gioco SwSh. Carino il dynamax, certo che un Eldegoss gigante non è minaccioso per niente, vediamo la seconda palestra.
    Nessa (fregna) procede a dynamaxare sto tartalligatore incazzato come un matto demonio, mentre la folla urla e canta e fa il tifo. Il mio Pokémon resta di dimensioni normali, la differenza è ABISSALE. Penso di non aver mai avuto la pelle d’oca in un gioco di questa serie per questo motivo, ti trovi davanti una bestia di grandezza demenziale e anche se sai che basta una mossa erba per abbatterlo, là per là complice l’inquadratura e la soundtrack resti intimorito e affascinato.
    Mi catturo direttamente un Drednaw selvatico appena ne ho l’occasione, e resta nel team tanto a lungo da sostituire il mio starter effettivo. È il leader.
    Highlights: appunto, il Drednaw di Nessa (fregnafregna). Mi piace in egual misura anche la gigamax.


    n° 6

    n°6 ~ Arbok
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    •Cobra •Viola veleno •Nostalgia value
    •I diversi pattern sono (erano) sia interessanti che minacciosi


    PREPARE FOR TROUBLE!
    Arbok è uno degli iconici della prima generazione grazie all’anime, e non devo manco spiegarvi il perché (in più la sua presenza spoilera una delle posizioni più alte di questa classifica). Arbok è qualche posizione sotto per un motivo simile a quello di Golduck, è molto vanilla, in più la sua particolarità si è persa nel tempo: grazie ai nuovi fantastici modelli introdotti a partire da XY, il pattern sul corpo di Arbok non cambierà mai più fino alla fine delle nostre esistenze. Il motivo migliore resta probabilmente quello di Dark Arbok del set tcg Rocket, vedi sopra. Nota di colore: nel manga l’Arbok di Koga viene DECAPITATO senza cerimonie, nella maniera più grafica possibile. Vidi sta roba a circa 11 anni su un volumetto francese di Pokémon Adventures comprato in vacanza in Corsica. Non capivo un cazzo di cosa c’era scritto, capivo solo che PORCA TROIA hanno ammazzato un Pokémon!
    Highlights: l’Arbok di Jessie, l’Arbok di Agatha, Dark Arbok.


    n° 5

    n°5 ~ Tyrantrum
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    •TIRANNOSAURO •Pazienza: mai esistita
    •Royal majestic •CICCIONE


    Ci sono voluti davvero troppi anni per cacciare fuori un Pokémon la cui presenza doveva essere anticipata almeno di 3-4 generazioni: un magnificente TIRANNOSAURO.
    Tutti coloro che da bambini giocavano coi dinosauri (e il giocattolo-tirannosauro era il capetto dei giocattoli-giurassici) adesso ringraziano. Il design è davvero semplice perché è inutile modificare un qualcosa che è già perfetto: Tyrantrum è un T-Rex con barba, corona e collare per sottolineare, semmai ce ne fosse bisogno, che è lui il KING, anzi di più, è il TIRANNO. Una cosa che mi fa letteralmente impazzire di lui è nascosta nel suo nome, tantrum (capricci, perlopiù con accezione infantile): immagina un bestione di svariate tonnellate, incazzato per dio solo sa quale motivo che reagisce al problema sbattendo i piedi per terra come un moccioso e facendo il casino della miseria ladra, chi almeno una volta non avrebbe voluto fare come lui?
    Peccato sia stato introdotto col 3D, sono certo che uno sprite NDS gli avrebbe reso mille volte più giustizia. Ad ogni modo mi fece uscire letteralmente scemo per quanto era bello durante tutta la durata di XY, se c’è qualcuno che ha contribuito alla mia rivalutazione dei Pokémon roccia, questo è Tyrantrum.
    Highlights: il Tyrantrum che divora quell’avvocato sul cesso, scena esilarante.


    n° 4

    n°4 ~ Honchkrow
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    •Corvo •Capo dei capi
    •Ciccione •Dominanza di branco


    Gnegnegne, my 251, infanzia rovinata. NO. Ricordo ancora quando leakarono il pokédex di quarta, tra le mille lamentele (condivisibili o meno) l’opinione comune faceva a pezzi Honchkrow, perché era grosso e grasso a differenza di Murkrow e aveva il “cappello da vecchia signora”. Peccato che i corvi nella vita vera siano effettivamente grossi, e quel cappello è un Borsalino adatto a un vero mafia boss come lui. E che se non fosse stato per lui Murkrow sarebbe relegato a quei one-stage dimenticati dal mondo (ma non da me, adoro anche Murkrow).
    Un corvo per forza di cose non può non piacermi, ancora di più se è il grado gerarchico più alto dello stormo, comportandosi come un crudele padrino che deve tenere in riga i suoi scagnozzi con la forza bruta. Le descrizioni dei suoi comportamenti sono molto “umanizzate” per accentuare il tema da boss mafioso del suo design, ma rimuovendo gli orpelli narrativi quello che resta, ridotto all’osso, è una semplice e pura mentalità da capobranco, esigente e spietato. Naturalmente Giovanni, il boss del Team Rocket, ne usa uno in HGSS.
    È stato il mio primo Pokémon schiuso, allevato e allenato per il competitivo, con Moxie e Life orb e sostituto/roost/suckerpunch/brave bird. Brutale.
    Highlights: Vittorio, il mio Honchkrow di cui sopra.


    n° 3

    n°3 ~ Nidoking
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    •Strano mostrone •Veleno
    •Royal majestic •Moveset illimitato
    •Verso fantastico •Giovanni


    Stesso discorso fatto per Slowking: amo Nidoking (e Nidoqueen) perché è impossibile definire cosa siano. Una sottospecie di coniglio velenoso che crescendo assume tratti da rettile fino ad ergersi su due zampe con una corporatura da gorilla e un corno da rinoceronte, con alcuni aspetti da sauro. Lo trovo estremamente originale, è un kaiju a tutti gli effetti, fa quello che effettivamente dovrebbe fare un buon Pokémon: non farti capire che animale hai davanti. Come Slowking, anche lui ha un moveset vastissimo, li alleno dai tempi di GSC e l’unica mossa ricorrente è terremoto, per il resto mi ci sbizzarrisco con acqua, fuoco, elettro, veleno, coleottero, lotta, ghiaccio, drago. Le pietrelunari sono sempre posizionate in early game o comunque ottenibili con relativa facilità: non infilare in squadra, anche se solo per poco, un Nidoking o una Nidoqueen è uno spreco da pazzi. Ciliegina sulla torta è il verso, riesco effettivamente a sentire il suono di un trapano in azione. Ovviamente facciamo finta che il pokédex racconti solo fregnacce e non prendiamo in considerazione la sua idea di altezza della specie, sappiamo bene che i Nidi arrivano a toccare i due metri e oltre, su.
    Nidoking e Nidoqueen sono due dei Pokémon più usati da Giovanni, il self-proclaimed world’s strongest trainer, ed è più che naturale che il team di un personaggio del genere sia composto da mostroni minacciosi, feroci e imprevedibili. Trovo sempre molto significativo che li usi soprattutto nelle lotte da boss Rocket, unendo il tipo terra della sua palestra al tipo veleno del Team Rocket.
    Highlights: Nidoking e Nidoqueen di Giovanni.


    n° 2

    n°2 ~ Weezing
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    •Cosone viola velenoso
    •Mostro artificiale bizzarro
    •Team Rocket •Nostalgia value
    •Ciccione


    ...AND MAKE IT DOUBLE!
    Mentre tutti i mocciosetti delle elementari osannavano come propri preferiti roba ultra-tamarra come Charizard, Mewtwo, Zapdos o Dragonite, la versione minuscola di me stesso (sempre complice l’anime) esclamava “il mio preferito è Weezing!”, tradendo già una predilezione per il gusto dell'orrido.
    È un Pokémon così particolare che non so da dove iniziare: la prima generazione è colma di mostriciattoli assimilabili ad animali, uccelli, insetti, piante, perfino degli umanoidi, ma c’è una fetta di pokémon che non ha nulla di vivente, e tra questi spiccano Koffing e Weezing. Scoperto per la prima volta in una fabbrica di armi, è palesemente una bomba, una mina, un’arma chimica straripante di gas velenoso, con tanto di simbolo toxic hazard sospettosamente innaturale. Non c’è dubbio che i suoi rifiuti gassosi siano a stretto contatto con l’inquinamento, addirittura fanno tossire, starnutire, lacrimare; lo stesso pokémon, che in forma base ha un’espressione estasiata mentre impesta l’aria, evolvendosi assume un ciglio come se fosse esso stesso a soffrire per i suoi veleni. Suddetti gas talvolta, entrando in contatto tra loro, possono innescare una reazione chimica responsabile dell’esplosione di queste bizzarre specie.
    In prima generazione, oltre a farsi saltare in aria, Weezing dimostrava già una certa propensione per l’imprevedibilità, mixando i suoi reagenti per espellere fiammate di fuoco o attacchi elettrici. Ma è nelle generazioni successive che inizia a brillare, paralizzando, avvelenando, bruciando e dividendo in parti eque gli hp, insomma un cagacazzi pronto ad ogni evenienza per inguaiarti tutto il team grazie anche a una sola debolezza e difese di tutto rispetto.
    Il Team Rocket dal canto suo prediligeva usarli come bombe a mano in attacchi terroristici kamikaze: indimenticabile il Rocket admin della torre radio con un team di soli Koffing e Weezing esplosivi, fatto apposta per dare il colpo di grazia al giocatore dopo le lotte con le reclute. In quinta generazione riceve ancora attenzione grazie alla capopalestra veleno che gli dedica una song, e in ottava generazione Weezing riceve una Galar form, controparte edulcorata e nature-friendly della “walking wasteland” di prima generazione (stesso caso di Alolan Muk), forma che comunque trovo bellissima e comicissima.
    Koffing è anche stato il primo shiny che ho trovato ai tempi di Rubino, ed ovviamente lo porto con me ancora oggi.
    Mi sono dilungato da morire ma perché significa veramente tanto per me, è il mio pokémon preferito del mio tipo preferito ed ha un nostalgia value assurdo, e sono sempre stranamente contento e fiero quando mi rendo conto che è una delle bestie più iconiche del brand.
    Highlights: il Weezing di James, i Koffing/Weezing esplosivi dei Rocket, il mio shiny Weezing.


    n° 1

    n°1 ~ Rhydon/Rhyperior
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    •Proto-capsule monster
    •Rinoceronte •Ciccione massiccio
    •Per amanti del rischio
    •Per amanti del grottesco
    •Giovanni


    Aaaaah, avverto la fresca brezza del DRAMA.
    È Rhydon, il primo pokémon mai creato, ad essere sul podio. Rhyperior, la sua odiata evoluzione, è mezzo gradino sotto, praticamente alla posizione 1.5, e devo per forza di cose citarli entrambi.
    I pokémon che amo si dividono in: pokémon sciocchi/inutili, pokémon brutti/grotteschi, e pokémon ispirati ad animali di grossa taglia. A questi ultimi appartengono coccodrilli, tartarugone, canguri, serpenti giganti, cammelli, tori, elefanti, ippopotami, simil-sauri e appunto rinoceronti. Rhydon appartiene alle ultime due categorie, è un kaiju meno complesso di Nidoking e l’ispirazione animale è più lapalissiana, resta il fatto che lo trovo un ibrido bipede semplice, pulito, con ogni cosa al suo posto, al tempo stesso massiccio e imponente, stupido come un tamburo, come dovevano essere i pokémon secondo l’ispirazione iniziale di Tajiri e Sugimori. Mi dà proprio feels di un pokémon “preistorico” non nell’accezione comune del termine ma all’interno della saga stessa, come se fosse un proto-mostro che narra di tempi ormai remoti e che lascia intendere mille cose che potevano essere realizzate. Spettacolare anche il modello tridimensionale dei giochi N64/GC, con questo mostrone rinocerontiaco che sbatte le zampe a terra e possiede un inedito, costantemente attivo trapano, fantastico, ed è un peccato che non sia stato più ripreso.
    Nonostante il sottotestuale feeling, mi sono trovato a utilizzarlo per la prima volta soltanto in tempi relativamente recenti in una Nuzlocke, dove anche grazie all’eviolite risultava essere un carro armato travolgente, sia muro fisico inamovibile che forza d’attacco inarrestabile, facendo addirittura il culo al Mega-Metagross di Rocco.
    Il passo successivo, spinto dalla curiosità, è stato quello di adoperare Rhyhorn in un altro gioco fino a portarlo all’evoluzione finale, Rhyperior.
    Rhyperior, mi rendo conto, è l’esatto opposto di Rhydon. Se Rhydon rappresenta strade inesplorate, Rhyperior è l’emblema della strada che è stata presa. Laddove Rhydon riesce ad essere memorabile ed ispirato nella sua semplicità, Rhyperior incorpora sempre più elementi risultando pesante, grezzo, goffo, una versione distorta della sua preevoluzione.
    E a me piace. Il doppio corno, le placche sul corpo, la coda-palla demolitrice, i cannoni, i gomiti puntuti, la massa esagerata, il tutto esagerato, è talmente grottesco da sembrare non solo una parodia di Rhydon ma di tutti i pokémon kaiju, è come se fosse una mega evoluzione ante litteram. Usandolo (sebbene non in scenari competitivi, sono na sega) ho potuto apprezzare la difesa ancora più demenziale e un attacco ai limiti dell’impossibile, il tutto condito dalle debolezze più comuni esistenti, di cui due x4 sulla sua difesa speciale che si traducono come un 1HKO, in una costante sensazione di roulette russa, il classico “go big or go home”. Per me, abituato sia a scarsini che hanno bisogno di gimmick per funzionare, che a pokémon difensivi il cui lavoro principale è stallare, è stato come un fulmine a ciel sereno. Amo Rhyperior e amo il continuo brivido che mi porta usare questo rinoceronte di Schroedinger, che può essere tanto uno smazzaculi quanto una mezzapippa. E amo la sua bruttezza, la sua sgraziataggine, e tutte le sue imperfezioni.
    Ho iniziato ad adorare talmente tanto questi due trapani che non riesco a trattenermi dal catturare un Rhyhorn in ogni gioco in cui sia presente, e portarmelo dietro anche solo per un pezzo di strada. E la versatilità di questi due bestioni è impressionante e mi sbizzarrisco ogni volta con set diversi, infilando robe come megacorno, martelpugno, tuonopugno, slavina, codacciaio, oltraggio, e chissà quante altre me ne scordo.
    Rhydon prima e Rhyperior dopo sono i signature pokémon di Giovanni. Entrambi mostri grossi, forti e imponenti, si associano perfettamente sia all’immagine di boss prettamente da rpg che a quella di un potente e intimidatorio re del crimine.
    Sono davvero affezionato a sti due rini, anche se probabilmente sono l’unica persona esistente ad apprezzarli entrambi così visceralmente. Ma c’è anche bisogno di qualcuno al mondo che annoveri i bruttoni tra i suoi preferiti, e devo rispondere alla chiamata.
    Highlights: il Rhydon (poi Rhyperior) di Giovanni.


    Nonno’s Nightmarish Flop 10

    Se un pokémon finisce qui dentro significa che ha cannato alla grande. Molte posizioni sono occupate da pokémon che rappresentano quello che non mi piace del brand, scelti simbolicamente per un motivo o l’altro. Si è capito che sono molto flessibile riguardo al fattore estetico, ma in questi casi pur mettendoci buona fede non riesco a salvare proprio nulla.

    n°10 ~ Alolan Dugtrio
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    Ovvero gli errori da evitare nel creare una forma regionale. Dugtrio di per se è memorabile solo perché faceva parte dei primi 151 (e per i meme), ma è un design che non mi fa ne caldo ne freddo. Infilargli una parrucca in testa per dargli un nuovo tipo è l’occasione più sprecata della storia per dargli un guizzo di originalità. L’associazione tra i capelli e il tipo acciaio aveva anche un’interpretazione che non ricordo, ma se devi metterti a spiegare perché hai disegnato un pokémon in una certa maniera e che nesso ha col suo typing, significa che non stai facendo un buon lavoro.

    n°9 ~ Eiscue
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    Si penserebbe che riducendo il numero di nuovi pokémon per ogni generazione, non dovremmo più incontrare dei dex filler. E invece. Oltre ad avere un design che definire pigro è poco, e un nome per nulla originale, non si capisce che nicchia dovrebbe ricoprire sto pinguino. Il typing è atroce, l’abilità nulla di mai visto del tutto, e a differenza della sua controparte (che può avere un senso perché Stonehenge), un letterale pinguino non ha motivo di esistere a Galar. Evidentemente i pokémon tagliati nell’ottava generazione erano ancora più brutti di questo, ma sinceramente a questo punto avrei preferito direttamente uno slot in meno.

    n°8 ~ Hawlucha
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    Davvero non so come interpretarlo, non c’era un modo migliore per realizzarlo se proprio si voleva creare un pokémon luchador? Sembra un bambino o un nano con una maschera e vestito da uccello, mi fa sorgere il sospetto che sia nato soltanto per accoppiare il tipo volante a qualsiasi tipo. Un altro mezzo dex filler, la cui unica particolarità era la sua mossa esclusiva con doppio typing, che però non era di grande utilità, anzi. Un concetto che sarei stato curioso di veder sviscerato ma che invece è nato morto, col solo scialbo Hawlucha a potersene vantare (male).

    n°7 ~ Lucario
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    Entriamo nel campo dei placeholder simbolici: Lucario è il capostipite di tutta una serie di pokémon animali con fattezze umanoidi (Zoroark, Mienshao, Zeraora ecc.), idea che a me personalmente fa ribrezzo (non che ci sia nulla di male se vi piace).
    Tutti i vari pokémon lotta e psico prettamente human-like posseggono un loro carisma ed hanno effettivamente un motivo per essere umanoidi, rappresentando mente e muscoli. Mixarli con volpi, cani, gatti e altro fa tanto Sonic the Hedgehog ed è assolutamente fuori dagli standard del brand.
    Dopo un paio di generazioni in cui la cosa risultò popolare, GF decise di cavalcare l’onda del successo e dalla sesta generazione in poi tutti gli starter in qualche modo ricadono all’interno di questa categoria, col crescente disinteresse da parte mia anche nei confronti del primo pokémon che dovrebbe accompagnarti durante il viaggio. Lo spirito dei mostri tascabili si è perso, ormai sono dei ragazzini in costume compagni di avventura a tutti gli effetti. Spoetizzante.
    Menzione d’onore a Bisharp che pur non essendo un animale sembra un robot ninja pirata, un uomo meccanico, un qualcosa da anime giapponesi anni 80, totalmente stridente e fuori posto in mezzo agli altri pokémon.

    n°6 ~ Heatran
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    Non si può dire sia bello, ma non è nemmeno questo il problema. La quarta generazione aveva un approccio bulimico verso i leggendari, ed Heatran è quello che ha meno senso di tutti: la classica goccia che fa traboccare il vaso. Non si comprende da che bestia tragga ispirazione, se è effettivamente una bestia, a me ricorda un classico, banale mostro fantasy alla Signore degli Anelli. Non ha backstory, sia in DPPt che BW2 viene trovato totalmente a caso senza una spiegazione. Di leggendari associati ai vulcani avevamo già Entei e Groudon, quindi risulta ridondante. Ciliegina sulla torta, è un leggendario standalone, non fa parte di un gruppo come almeno fa il controverso Regigigas. È proprio buttato lì come scusa per allungare il postgame e avere un altro pokémon difficile da catturare. Ce n’era bisogno?

    n°5 ~ Infernape
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    Fu il secondo starter fire/fighting della serie, e all’epoca non si aveva idea a cosa si sarebbe andati incontro. Da allora tutti gli starter fuoco, anche se non lo posseggono effettivamente, hanno un design che rimanda chiaramente al tipo lotta o comunque a qualche tipo di sport. L’unica eccezione è l’evo di Fennekin, e immagino quanta fatica sia costata a GF fare uno starter fuoco che finisce a psico. Per fortuna si sono rifatti alla grande con le generazioni successive. Sul serio, qual è il problema nel design degli starter fuoco? Non gli va di lavorarci sopra? Scontati.

    n°4 ~ Stunfisk
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    Ok da qui in poi non me la prendo più con le categorie ma vado proprio nel particolare.
    BW aggiunse non solo design fantastici ma anche tanta tanta merda, e Stunfisk è la merda più inutile in tutto il parco merde. È brutto ma non brutto da animale, ha proprio una brutta faccia da cartone animato che stona indicibilmente con gli altri pokémon. Non è particolarmente forte, non ha particolari abilità o mosse, è il dex filler supremo, e in più è uno stracciacazzi di rara fattura visto che il 90% del suo lavoro è paralizzarti il team e rallentarti l’avventura. Come se non bastasse, il pokédex conferma che a sto schifo piace scassare le balle a persone e pokémon, come già era sospettabile dalla faccia di merda che ogni tanto gli viene. È fuori dalla mia comprensione come, invece di finire ufficialmente nel dimenticatoio, questa immondizia sia stata ripescata per ricevere una forma Galar, che è onestamente meno peggio dell’originale ma nemmeno un design che fa urlare al miracolo. Toglietelo da mezzo, per dio.

    n°3 ~ Toxicroak
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    Pochini i veleno di quarta generazione vero? Pensate che felicità vedendo che uno degli esigui slot è occupato da sto coso. Il mio tipo preferito viene appaiato con quello che mi piace di meno, e il risultato è sbilanciato verso il disgusto. Il verso è orribile, è un ranocchio stranamente umanoide, il sorriso è inquietante e la sacca della gola è l’elemento che mi repelle di più. Poco da aggiungere, uno dei pochi mostri che non mi è piaciuto a pelle e che anche col passare degli anni non riesco a rivalutare.

    n°2 ~ Gurdurr
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    Ne ha già parlato Rael in maniera esaustiva. Le vene a vista, il naso da clown, i braccioli, il cranio, la forma del corpo, è tutto fatto veramente male. In più la presenza di quella trave di ferro è insensata, è un pokémon che vive solo nei pressi di cantieri? Anche lui guarda i lavori in corso? Lasciargli almeno il tronco che mi poteva far immaginare che sto obbrobrio potesse vivere in natura, no eh? Il peggiore del tipo che mi piace di meno, il fondo del barile, o quasi.

    n°1 ~ Palpitoad
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    Dio santo, che abominio contronatura. Si è già parlato di Seismitoad, ma per me il resto della linea evolutiva è ancora peggio. Il perché è presto detto: hanno facce umane. Sembrano dei cazzo di feti risultati di un qualche vomitevole esperimento e lasciati scorrazzare in giro pur essendo incompiuti. I livelli di uncanny valley sono spaventosamente alti, e mi meraviglio che sia stato non solo approvato, ma anche lontanamente pensato un orrore del genere. E per di più come controparte unoviana di Poliwag! Se fossi Tajiri prenderei sul personale l’esistenza di uno schifo del genere. Eppure credo che abbiamo voluto spingerlo tantissimo, altrimenti non si spiega l’ottimo typing water/ground dato a un pokémon che trasuda palesemente veleno (e per fortuna non è stato così in realtà). Peccato che di water/ground ne esistano altri e tutti meglio di lui.
    Penso che meglio di tutti possa spiegare perché il tipo acqua non è più sul podio dei miei preferiti, visto che dalla quinta in poi iniziano ad entrare nel typing sempre più Pokémon brutti, o poco ispirati, o entrambi. Ovviamente, Palpitoad è entrambi.
    Mi sento di ringraziare Seismitoad: i suoi tumori a vista sono comunque meglio di una faccia di neonato incorniciata a forza in un girino.

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Commenti

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    DarkRoy 

    07 Dec 2011 - 17:12
    Bisogna pungere è una citazione? :oribil:
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